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26/08/2008  Andrea Trevaini su BUSCADERO n° 303 – Luglio-agosto 2008

Questo disco ha un solo difetto, quello di essere cantato bene e suonato meglio, da un musicista italiano, con l'aggravante di essere accompagnato da un manipolo di straordinari musicisti tutti nostrani. Si fosse chiamato Andy Martin ci saremmo subito stupiti che un simile talento fosse rimasto nascosto, avremmo detto che le sue canzoni trasudano Desert feelings, che le sue parole portano a Dust Tracks polverose, intrise di musica root-country-folk americana. Purtroppo o fortunatamente Andrea Marti è di Genova, ma non è un cantautore della pur benemerita tradizione cittadina. Ama la musica americana e le sue tradizioni musicali, ha militato in parecchie formazioni dal 1979 (Fried Chicken, Hocus Pocus) attive nel Nord Italia. Ha collaborato con due altri grandi chitarristi italiani amanti del suono USA, Beppe Gambetta e Paolo Bonfanti. Ora all'alba dei suoi cinquant'anni pubblica il suo primo disco solista per l'emerita indie di Courmayeur; questo consigliatissimo “Traditional Man”, prodotto da Gambetta e Giorgio Ravera. Una sola cosa dico a voi lettori del Busca e per questo solo motivo ascoltatori qualificati, cercate e compratevi questo disco e vi troverete immersi in quei suoni, sapori, sentimenti musicali che ci hanno sempre accompagnato e fatto felici. Andrea Marti è un nostro amico, scrive belle canzoni, insieme a Gambetta, le compone e canta in inglese, suona bene la chitarra e non solo; i suoi testi sono intrisi di quella poesia del “travelling man” che cammina per strade polverose, talvolta solo, talvolta in compagnia di una donna, sempre immerso nei suoi ricordi che esterna con le sue canzoni (ascoltatevi la finale e acustica “Letters” per inquadrare il personaggio.)
Beh qualche limite ce l'ha pure Andrea Marti, il suo disco non è innovativo, è chiaramente ispirato ai suoni e alla musica di cui si è nutrito, la sua voce forse è un po' monocorde e ricorda un grande minore dei '70, Murray McLauchlan. Anche il titolo “Traditional Man” esplicita chiaramente la sua scelta artistica ma, come dice proprio nella title track: ognuno costruisce la propria tradizione.
Il disco è suonato insieme alla Paolo Bonfanti Band al completo, contribuiscono pure Giorgio Ravera all'Hammond, Antonio Cappelli al fiddle e molti altri fidati amici di lunga data.
Il disco presenta ballads acustiche, come “Desert Ballads” intrisa di suoni cooderiani; “An Angel When She Sings” solo acustica e upright bass dal testo dedicato a una cameriera che si trasforma in angelo quando canta; “In Time to Come” con un bel trio di chitarre.
Non mancano grintose cavalcate elettriche come: “Three Vipers in the Heart”, sanguigno rock con tre elettriche (A.M., Bonfanti e Giordano) dagli echi Allman;
“I Wrote A.M. On Every Wall”, un rock-blues tirato e dal testo auto-ironico;
“Provo, Utah”, ballata elettrica con un Hammond che fa da sfondo sonoro alle tre chitarre, il terzo questa volta è Giorgio Ravera alla baritone guitar, brano stupendo di oltre sei minuti con echi alla Neil Young e con un riff che non ti scordi.
Altri brani hanno echi country, dati dalla presenza del fiddle che vivacizza anche l'iniziale “Dust from the Page” e che riporta a un sound alla Dexys Midnight Runners, ma il brano capolavoro è “Little Jimmy Again” dal testo triste, che parte sottile ed acustica alla Walkabouts e poi si allarga ritmata ed elettrica mentre le parole si aprono a nuove speranze.
Un disco da tenere in macchina per la varietà e la piacevolezza delle canzoni, lo ascolterete molte volte prima di toglierlo dal lettore. Due note doverose, Andrea insegna italiano e traduce dall'inglese, inoltre, narrano le leggende, pare non sia mai stato negli USA.


12/06/2008  Guido Festinese, su “Il Manifesto”, 10 maggio 2008
"C’è chi i dischi li produce come preso da un horror vacui, una sorta di egotico delirio dell’autodocumentazione che alla fine lascia solo scie di noia e montagne di plastica. E c’è chi un disco se l’è meditato per trent’anni, scegliendo di apparire il meno possibile, magari regalando la sua musica (altra lezione di umiltà) agli amici che fanno i musicisti ‘veri’, quelli che ci devono campare. È la storia di Andrea Marti, classe 1959. Trent’anni con una chitarra e un’armonica a tracolla, underground ‘vero’ perché nella vita c’è da insegnare ai ragazzi, e solo il privato si lascia a plettri, giochi di arpeggio e buone letture. Gli amanti del bel suono westcoastiano che fu, di Bob Dylan, di Greg Brown e soprattutto di Neil Young non hanno bisogno di grandi spiegazioni: Marti ha regalato splendide canzoni ‘roots’ alla Rosa Tatuata, a Paolo Bonfanti, e non aveva ancora mai inciso un disco suo. Eccolo, e occhio a quell’‘uomo della tradizione’, i primi versi dicono: Sono un uomo della tradizione, do tutto quel che ho. Non mi riguardano patria, religione, famiglia, quel che vedi è quel che avrai. La tradizione me la costruisco ogni giorno.’ Altro che deliri celtico-nazionalistici. Martino Coppo al mandolino, dalla gloriosa Red Wine che ha appena festeggiato il trentennale, Bonfanti e Giorgio Ravera alle chitarre, Antonio Capelli al violino, e tanti altri amici chiamati a raccolta. Chi per uno sbuffo sapido di organo Hammond, chi per un ricamo di slide. Tutti assieme a festeggiare un disco e un uomo intessuti di poesia.”
(Guido Festinese)


11/06/2008  Gabriele Buvoli su "Roots Highway", online, 6 giugno 2008
"Mi piace, mi piace questo ragazzo dentro a discapito dell'età anagrafica, che arriva al debutto discografico solista dopo trent'anni di musica, fatta, scritta, suonata e mai incisa da lui. Per il suo approccio disincantato ed ironico nel raccontarsi e raccontare, per la bellezza delle sue canzoni, per i suoni familiari e i pards che si è scelto per questa avventura: su tutti i suoi concittadini Paolo Bonfanti con le sue chitarre, Giorgio Ravera all'Hammond, chitarre e pianoforte, Rosalba Grillo e Alessandro Pelle (la sezione ritmica della Paolo Bonfanti band) e gli altri amici che hanno lasciato anche solo un contributo, come Alberto Giordano, chitarre elettriche, Martino Coppo, mandolino, Arturo"Tato" Capelli, violino. Le canzoni di Andrea Marti sono indubbiamente figlie del suono che si porta dietro da sempre, il country rock scoppiettante ed allegro che troviamo nell'apertura di "Dust From The Page", l'intreccio elettroacustico, che ce lo rivela eccellente polistrumentista sulle corde d'acciaio, per la sottilmente malinconica "Desert Ballads". "Night Trains Don't Bring You Nowhere" insiste in questa direzione con più decisione ed è davvero un bel sentire; "Little Jimmy Again" è nella sua semplicità e linearità direi quasi perfetta, con le chitarre prima acustiche poi elettriche che si rincorrono e si fondono, un po' il leit motiv sicuramente piacevole dell'intero disco in questione. "Traditional Man" è più sbarazzina restando una grande canzone, un pezzo così vorrebbe averlo scritto il Darrell Scott di Alhoa From Nashville. "Raincoats" è un piccolo capolavoro, più introspettiva, ci svela l'anima più cantautorale di Andrea Marti con un solo all'acustica di Paolo Bonfanti davvero da brividi. "Provo, Utah" ha il passo di una cavalcata in cui le chitarre elettriche sono più protagoniste, ma amalgamandosi allla perfezione nel tessuto del brano non lo appesantiscono assolutamente. Si ritorna ad atmosfere acustiche con il bel dobro che brilla sulle note di "An Angel When She Sings", pregevole anche lei, mentre "In Time To Come" è un'altra ottima dimostrazione del talento di Andrea che qui trova veicolo nel delizioso intrecciarsi dell'acustica di Paolo Bonfanti e di quella di Giorgio Ravera con la sua. Gli unici episodi leggermente sottotono sono "Three Vipers In My Heart" e "I Wrote A.M. On Every Wall", sterzate decise verso un rock più sanguigno fatto di elettriche sature e suono indurito la seconda, con un certo equlibrio ma staccata dalla media dell'album, almeno in termini di sonorità la prima. Un plauso senz'altro alla Club De Musique di Courmayeur, sempre attenta a scovare queste bellissime realtà nascoste e per Andrea Marti...beh adesso che si è deciso ad aprire lo scrigno delle sue canzoni, con un risultato così che non ci faccia aspettare troppo prima di darcene altre!"
(Gabriele Buvoli)


11/06/2008  Andrea Calcagno su "MenteLocale", online, 16 aprile 2008
“È uscito il primo aprile scorso “Traditional Man”, l’album solista di Andrea Marti, uno dei migliori musicisti genovesi che per anni ha composto ballate e melodie in puro folk americano per i suoi amici, nonché compagni ‘;avventura in più di trentanni di carriera. Tra loro ci sono Paolo Bonfanti, Beppe Gambetta, La Rosa Tatuata, Red Wine, Fried Chicken. Prodotto con la collaborazione di Bonfanti e Giorgio Ravera, l'album evoca sensazioni ed immagini di paesaggi ‘;oltreoceano in pieno stile anni Settanta, lasciando in chi ascolta quella voglia di farsi trasportare in un viaggio attraverso la grande strada ferrata che attraversa il deserto americano. Paesaggi silenziosi, dove solo una chitarra country-folk, ora dolce ora grintosa, può emozionare chi ancora osa sognare. Per la realizzazione dell'album Andrea si è avvalso della collaborazione di una squadra di musicisti di primo piano, quali Paolo Bonfanti, Rosalba Grillo e Alessandro Pelle (Paolo Bonfanti Band), Giorgio Ravera e Massimiliano Di Fraia (La Rosa Tatuata), Martino Coppo e Stefano Cavallo (Red Wine),
Tato Capelli e Alberto Giordano (Fried Chicken) e altri ospiti come Nicola Bruno, Fulvio Diclemente, Bibi Servetto e Roberto Parodi. L’album è stato prodotto dall’etichetta di Courmayeur Club de Musique ed è in vendita, oltre che ai concerti, presso Disco Club di via San Vincenzo.”
(Andrea Calcagno)