HUBERT
SELBY JR: Il pugile dolce
1.Ho visto le menti migliori della mia
generazione distrutte dalla pazzia, affamate nude isteriche,
trascinarsi per le strade di negri all’alba in cerca di droga
rabbiosa…
(Allen
Ginsberg, Urlo)
Un’ipotetica cartografia del romanzo
americano contemporaneo, per la voce “Mister Hubert Selby jr.”,
potrebbe contare su una certezza geografica, ma soffrirebbe di
svariati problemi di collocazione e gerarchie. Se infatti sarebbe
facile, persino scontato, etichettarlo come il cantore di Brooklyn,
assai meno facile risulterebbe individuarne il territorio di azione
nel mondo “letterario”, la mappa di lezioni imparate e di
lezioni impartite, e ancor meno facile incasellarlo in uno status, in
un albero genealogico di filiazioni, eredità, debiti, o
affibbiargli addirittura una comoda patente di “maestro”,
o “minore”, o “autore cult”. Questo perché
Mister Selby, per vocazione, istinto, e direi per la sua stessa
storia di scrittore, è estremamente refrattario a stare in un
posto qualsiasi di una scacchiera qualsiasi, che non sia quella
puramente geosociale del microcosmo urbano di quella parte della
Grande Mela che è Brooklyn. Dall’esordio esplosivo di
alcuni racconti (uno su una storica antologia di “scrittori
beat”, The Beats, 1960, a cura di Seymour Krim) e
soprattutto del primo romanzo, Ultima fermata a Brooklyn (e
dove, altrimenti?), Selby ha centellinato la sua produzione, ha
ottenuto vampate di attenzioni critiche alternate a lunghi soggiorni
nell’Oscurità, è stato antipresenzialista per
eccellenza, eppure così presente da guadagnarsi da più
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