Scritti
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PHILIP ROTH - The Voice



La figura del romanziere “che ce l’ha fatta”, che una volta giunto al successo si lascia corrompere dalle regole del gioco e da interminabili cocktail parties dominati dal cicaleccio intellettuale -intelligente quanto si vuole, ma sempre cicaleccio- è uno dei tanti topoi che infestano la letteratura, soprattutto americana.
Ci viene subito in mente un estenuato Truman Capote che raccoglie confidenze, ci appaiono folgoranti visioni di F.S. Fitzgerald ubriaco, bello e perdente, sbadigliamo di fronte all’ennesima battuta caustica del Grande Scrittore annoiato e appollaiato su un divano.
Collegato a questo topos ne compare subito un altro, un morbo collaterale nella maggior parte dei casi generato dal primo: quello del Grande Scrittore col Blocco, o del Grande Scrittore alla Frutta.
Diciamocelo: siamo un po’ stufi di questa compagnia deprimente, stufi degli esemplari d’oltreoceano, per non parlare delle comiche e patetiche parodie di casa nostra.
Philip Roth è stato tutto questo, e in dosi robuste, quasi letali.
L’ho odiato, per questo, devo ammetterlo.
Dopo l’esordio al vetriolo di Addio, Columbus (1959) e l’approdo al successo con l’esplosivo, adrenalinico Lamento di Portnoy (1969), dopo altri testi di più che pregevole fattura, sembrava a un certo punto “arrivato”, nel senso decisamente più deteriore che si voglia assegnare al termine.
Pettegolezzi mondani, il matrimonio, e poi il divorzio, con l’attrice Claire Bloom, la presunta -e inesistente- relazione con Barbra Streisand, la spossante litania di pareri intelligenti in un’intervista su Playboy o sul New Yorker e poco, veramente poco, che valesse veramente la pena di essere letto.
Fin qui, tutto bene, anzi siamo nella norma: non pretenderemo mica che un autore abbia sempre lo stesso passo, come una maratoneta cinese da laboratorio, che spari sempre cartucce di uguale vigore.
Solo Umberto Bossi, nella letteratura mondiale contemporanea, ramo teatro comico, presenta una simile impressionante capacità di tenuta.
Non che i libri del Roth anni Settanta/Ottanta fossero stupidi, o brutti: erano tutti dignitosi, e almeno Il Grande Romanzo Americano (1973), per quanto da noi quasi illeggibile nonostante la virtuosistica traduzione, perché così materiato, così impastato di baseball (sport le cui regole continuano, ai più, a sembrare emanazioni di un demiurgo malvagio e bizzarro) raggiungeva ottimi livelli.
Ma a noi non andava un Philip Roth dignitoso.
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