BACK PAGES
Vite di Dylan
Qualcuno deve avercela con me, montano storie sui giornali/ chiunque sia spero
la pianti, ma quando, lo posso solo indovinare.
(BOB DYLAN, “Idiot Wind”, 1974)
In
quarant’anni di attività, lo abbiamo visto fare
veramente di tutto. Lo abbiamo visto suonare davanti al Papa, al
Congresso eucaristico mondiale di Bologna del 1997, recitare
enigmatico a fianco di Kris Kristofferson / Billy the Kid, farsi suo
malgrado portavoce di una cultura laica e poi diventare Cristiano
Rinato e quindi tornare alle sue radici ebree, resuscitare un paio
d’anni fa da una malattia che sembrava incurabile e quindi
riprendere a fare ciò che sa fare: dischi e tournée. E
mille e mille altre cose lo abbiamo visto fare, e mille e mille sue
parole ci sono rimaste impresse, all’interno di quel
formidabile itinerario artistico che costituisce la sua carriera di
icona rock.
Ma non possiamo dire di
conoscerlo, Robert Allen Zimmerman alias Bob Dylan, nato a Duluth,
Minnesota, il 24 maggio 1941.
Possediamo frammenti per un suo
ritratto, persino troppi, possiamo ricorrere all’aggettivazione
più fantasiosa, per definirlo, eppure l’uomo, per non
parlare dell’artista, eluderà sempre la comoda e
rassicurante teca in cui vorremmo racchiuderlo. Su di lui si è
scritto e si scriverà ancora molto, e io non credo sia qui il
caso di aggiungere altre glosse, altri commenti, altre
interpretazioni.
Credo, piuttosto, che sia bene fare un po’ il
punto della letteratura su Dylan, e principalmente di quella
che intende tracciarne l’itinerario esistenziale prima ancora
che artistico, cogliendo l’occasione dell’uscita, presso
Guanda, di una biografia che si propone, per mole e serietà di
impostazione, come “definitiva” (per quanto possa valere,
per qualunque persona vivente, tale termine.) Bob Dylan,
dell’inglese Howard Sounes (già autore di una biografia
di Charles Bukowski, sempre edita da Guanda), consta infatti di 534
pagine, sessanta delle quali destinate a un corpus di note da tesi di
filologia germanica, e si avvale, per esplicita ammissione
dell’autore, di una sterminata congerie di testimonianze
assolutamente inedite. Da essa, come è accaduto per quelle che
l’hanno preceduta (e che esamineremo più avanti)
impariamo qualcosa sulla genesi di questa o di quella canzone, sulle
donne di Bobby, sui suoi amici, sulla sua visione esistenziale, sul
suo caratteraccio e persino sulle sue operazioni finanziarie: la
leggiamo d’un fiato, arricchiamo il magazzino delle nostre
informazioni, ma il problema rimane quello iniziale.
Noi non
conosciamo Bob Dylan.
E non è che questa o quell’altra
biografia siano agiografie o, all’opposto, si dilettino
eccessivamente col giochino “Abbatti un Mito”.
Tutt’altro. Sounes, e Anthony Scaduto, Robert Shelton e Clinton
Heylin prima di lui, mostrano chi più chi meno ma tutti
chiaramente amore per il menestrello di Duluth, e sono più
che disposti a sondarne le fragilità, i lati sgradevoli, le
scelte discutibili, senza giustificarlo più di tanto e senza
compiacersi del torbido. Sembrano, i biografi di Dylan, tutto sommato
meravigliosamente equilibrati, pur trovandosi alle prese con un mito
contemporaneo, con una divinità in carne e ossa. Il problema è
che Dylan è troppe cose, e che l’accumulo di
dati, nel suo caso, genera letture sì interessanti, ma non
risolve. Se a ciò aggiungiamo il ben noto problema
insito nel genere biografico, dell’arbitrio inevitabile che ci
si prende nel tentare di raccontare una vita altrui (non che la
propria sia più semplice), arbitrio sempre votato alla
sconfitta, per quanto onorevole, anche nei casi di personaggi sotto
gli occhi di tutti, come appunto è per mister Zimmerman, il
gioco è fatto: le “Vite di Dylan”, saranno di
volta in volta meticolosissime ricostruzioni, rievocazioni
appassionate o lodevoli esercizi di narrativa ma, per quanto sulla
copertina dell’ultima figuri una frase del Publishers Weekly
che dichiara come Sounes sappia “catturare le tante
sfaccettature di una leggenda americana”, le “sfaccettature”
rimangono.
|