Scritti
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RAY BRADBURY - Il mago frettoloso



In chiusura di “Affrettatevi a vivere: una postilla”, meta-racconto tratto dalla silloge I fiori di Marte, il notissimo scrittore di fantascienza, fantastico, horror, gialli, sceneggiature cinematografiche (nonché, come tempo fa si trovava sul suo sito, di un’orrida ricetta della “cosmic pizza”) Ray Bradbury, spiegando il suo artigianato letterario e autodefinendosi “mago”, dichiarava: “Vivi e scrivi, senza perdere tempo.
” Il brano, peraltro non imperdibile, secondo tradizione anglosassone (“Il genio è cinque per cento ispirazione e novantacinque per cento traspirazione”, diceva miss Woolf) tendeva a ridurre l’indiscutibile presenza delle Muse a pragmatico e un po’ prosaico agire quotidiano, ma è comunque importante perché ci svela un segreto che per anni abbiamo cercato di violare: perché pochi scrittori, di qualunque ambito, hanno la capacità di sedurci e farci imbestialire come Raymond Douglas Bradbury, nato nel 1920 a Waukegan, Illinois, e universalmente noto come Ray Bradbury? Perché Bradbury è un mago che ha fretta.
Imbastisce giochi di prestigio da sessant’anni, e non sembra avere intenzione di smettere.
Continua a scrivere, anche quando il gioco non gli viene molto bene, perché conosce a perfezione i suoi trucchi, sa come gestirli ed è in qualche modo convinto, con splendido, irritante candore, che ciò basterà.
È un mago che ci seduce, dicevo, perché l’immaginazione dispiegata nei migliori dei suoi racconti e in almeno due dei suoi (non molti) romanzi ha grana di altissima qualità e straordinaria tenuta, considerato che risale in buona parte agli anni Cinquanta; è un mago che ci fa imbestialire, perché quando la suddetta immaginazione è appena meno ispirata ecco che scade a vezzo, ghirigoro, ecco che il dolce si fa dolciastro, l’orrore manierato, il moralismo scoperto.
Come pochi, Ray Bradbury vive nelle sue opere in un bilico continuo tra genialità e routine d’artigiano, e di volta in volta, magari all’interno della stessa raccolta di racconti, ci costringe a misurare con non poca difficoltà il labile confine tra ciò che tiene, e ciò che è invece fallito.
Non che scriva mai “male”, intendiamoci: è che se la critica, qualche decennio fa, parlava di “pirandellismo” a proposito dello scrittore di Girgenti, nulla ci impedisce di applicare la stessa categoria e di individuare un “bradburismo”, tipico di chi ha quattro, cinque temi geniali e su questi imbastisce una carriera intera.
Con grande fedeltà, con guizzi per altri inarrivabili e con inevitabili, urticanti ripetizioni.
Premesso ciò, che senso ha parlare oggi di un autore che, pur vivo e vegeto (la sopracitata antologia I fiori di Marte è uscita su Urania tre anni fa e raccoglie testi degli anni Novanta) ha indiscutibilmente dato il meglio di sé ormai da tanto? Intanto perché l’occasione ce la fornisce la regolarità delle ristampe, tanto dei classici Cronache marziane e Fahrenheit 451 quanto dei racconti (Io canto il corpo elettrico e Paese d’ottobre, per la Piccola Biblioteca Mondadori, sono entrambi di recente uscita), poi per impostare -qui solo impostare- una sorta di bilancio sul personaggio, bilancio che forse manca, a livello esaustivo, dalla colta e brillante analisi che ne fece Carlo Pagetti in “Il senso del futuro, ormai trent’anni or sono, legandolo sapientemente alla tradizione americana degli Hawthorne, Melville e Poe.
E si parla di Bradbury, qui, da ultimo, anche e soprattutto per confermare gioiosamente e spensieratamente tutta quella radiosa serie di luoghi comuni che lo circondano, direi fin dal suo primo apparire nel variegato mondo della science fiction.
Primo apparire che risale, addirittura, al 1939, quando fondò una sua fanzine, “Futura Fantasia”, o quantomeno al 1941, con l’uscita del suo primo racconto, “Pendulum”, su “Super Science Stories”.
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