WARREN ZEVON: IL NOIR COME CANZONE
1. Il lupo mannaro di Los Angeles
Faresti meglio a stare lontano da lui
O ti strapperà i polmoni, Jim Uhm, mi
piacerebbe conoscere il suo sarto
I
had a dream. Sì, ho fatto un sogno.
Ho
sognato un mondo ideale, in cui a scuola si studia Bob Dylan e se non
lo sai i proff ti “costringono” ad ascoltare Lay
Lady Lady; un mondo ideale, dove si legge
L’isola del tesoro
ma non esiste L’isola dei famosi;
dove Berlusconi è presidente del Consiglio solo in un libro di
fantascienza (che vende pure poco); dove Emilio Fede è un
comico amato da grandi e piccini, e dove Warren Zevon è più
conosciuto di Madonna. No, non della
Madonna, di Madonna:
non esageriamo coi mondi ideali. In questo mondo Warren Zevon fa
quello che faceva in questo… canzoni, ballate, romanzi-haiku
della durata di circa tre minuti, più o meno.
Ah,
sì, faceva,
perché in questo, che non è propriamente quel che si
dice un mondo ideale, mister Zevon (alias “Il Lupo Mannaro di
Los Angeles”, alias “Il Ragazzo Eccitabile”, alias
“Genius”) è transitato ad altra forma di esistenza
il sette settembre scorso, accompagnato da soavi necrologi anche in
Italia, dove non era conosciuto come la Madonna, né come
Madonna, e nemmeno come Donna Summer.
In
quel mondo ideale di cui parlavo uno come me, che lo conosce dal
1978, è una Faccia in Mezzo alla Folla, uno tra milioni, e non
quel Depositario del Verbo Zevoniano che mi fingo di essere, in
queste poche pagine quanto nella vita di tutti i giorni. Sì,
perché ora posso confessare ogni mio peccato, scoperchiare
tutti gli altarini, fare ammenda ed espiare: sono venticinque anni
che corrompo giovani e meno giovani, che faccio proselitismo
smaccato, che spaccio buona roba zevoniana (ehi, il primo cd è
gratis, amico), che rovino l’esistenza a placidi ascoltatori
dei Genesis o di Baglioni, e che sostengo l’Assoluta Grandezza
di Warren. Ho avuto un ristretto numero di fidati, agguerriti
complici, carbonari zevoniani passati senza traumi dal vinile al
ciddì (ci siamo ricomprati tutto, e stop): gente senza
scrupoli, gente tosta, pronta a sostenere, Glock in pugno e
audiocassetta tra i denti, che Jackson Browne sarà sì
bravo ma al Nostro doveva lucidargli le scarpe, che il Boss è
il Boss ma i testi, insomma per i testi non c’è
paragone, che anche il Sommo Zimmerman… va be’, su,
Dylan è Dylan.
Insieme a questa ganga di desperados, di
mercenari dagli occhi spiritati, ad ogni modo, ho impavidamente
sostenuto cose discutibili,
come diceva il Roy Batty di Blade Runner,
cose alle quali sicuramente non credeva neanche Warren Zevon, e cioè
che il suddetto sia stato, nell’ordine:
Uno
dei più grandi songwriters mai esistiti
Una
delle più grandi testedicazzo mai esistite (no, a questa
credeva anche lui)
Uno
dei più grandi Romanzieri Mascherati mai esistiti
Non
è questa la sede per sviscerare il punto 1. Mandatemi i
padrini, scegliete voi l’arma: se ne può discutere, ma
non su questa rivista. Sarebbe di qualche interesse, invece, una
dimostrazione scientifica e inconfutabile del punto 2, che verrà
invece trattato en passant, come carburante immancabile che
alimentava incessantemente il punto 3, quello che qui ci interessa.
Lungi da me, poi, l’idea di fare un necrologio, Dio mi scampi.
Già ho detto che ce ne sono stati tanti (nel mondo
anglosassone sono chiamati obituary:
ancora peggio che da noi), e aggiungerò che “Pulp”
è giustamente un po’ allergica a
questa raffinata forma lirica e che, oltretutto, quanto mai
refrattario ad essa lo era certamente il personaggio: al solo
menzionare il termine “necrologio”, pare di sentire il
ghigno beffardo del Lupo Mannaro di Los Angeles, a-huuu…
a-huuu…
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