Scritti

ALESSANDRO CARRERA


La voce di Bob Dylan. Una spiegazione dell’America
Feltrinelli, pag.301


“Un cane che latra a un procione, un coyote con la coda presa in una tagliola, il rantolo di un cowboy con un enfisema polmonare”: queste alcune, solo alcune delle più pittoresche definizioni che sono state date alla voce di Robert Zimmerman, alias Bob Dylan, poeta (?), musicista (?) predicatore (?) da poco gloriosamente asceso alla luce dei suoi sessant’anni.
Belle definizioni, non c’è che dire, per il cantautore che ha rivoluzionato il concetto stesso di cantautore.
E vere, oltretutto: chi ama Dylan, ed è forse questo il motivo per cui lo ama, non può dire che abbia una bella voce sinatriana, non vuole dirlo, non gli interessa dirlo.
Chi ama Dylan, come il sottoscritto e Alessandro Carrera, autore di quest’ottimo La voce di Bob Dylan, sa che questa voce spesso gracchiante, mai uguale e rassicurante, a volte al limite del rigurgito, è qualcosa di più di una voce, è una metafora di un intero sistema conoscitivo dispiegato con caparbietà, testardaggine e volubilità nell’arco di quarant’anni sulle scene.
Chi ama Dylan sa che lo si può definire, montalianamente, soprattutto per quello che non è e per quello che non vuole, più che per quello che è e vuole: non è un cantante di protesta e non è un filosofo, non è un eroe e non è un barricadero, non è un santone apocalittico, né un dissacratore agnostico.
È, è stato, di volta in volta un po’ di tutto questo, ma non lo si può ridurre a una sola, comoda formula.
Carrera ci prova, a spiegarlo, e sente che è giusto non racchiuderlo né, nonostante l’evidente amore che lo spinge a scrivere un libro su di lui, farne un’agiografia acritica e zuccherosa.
Prova a spiegarlo legandolo in maniera (giustamente) ambiziosa all’America stessa e alle sue contraddizioni, che spesso sono le stesse di Zimmy, ma sa che il discorso critico su Bob Dylan è un percorso tortuoso, privo di linearità, e sa che si potrà sempre e comunque ricominciare, guardarlo da un altro lato, riconsiderarlo.
Mette in scena un formidabile apparato di conoscenze, spesso di prima mano, cita le canzoni più impervie o meno note, compara questa o quella esecuzione di It’s alright, Ma o di altri hit, ma sa che, in fondo, Dylan riesce sempre a scappare, persino a se stesso.
Dopo le molte, inutili biografie che anche nel caso più serio non sanno rinunciare al pettegolezzo, ecco un importante esercizio critico su Dylan, e non sulle cose intorno a Dylan. Un bel libro, dalla voce rauca.

Andrea Marti