ENNIO FLAIANO L’albatros di via
Veneto
Ogni tanto ci si ricorda che,
all’interno della letteratura del secolo appena passato, c’è
un autore benemerito da riscoprire, per qualche sua qualità di
linguaggio, di immaginazione o, come si diceva un tempo, di
“messaggio”. Così, diventa possibile ritrovare in
libreria, e non solo nei rari e fortunati ripescaggi sulle
bancarelle, i vari Landolfi o Savinio, per citare solo i casi più
alti e meritevoli, e misurare quanto corra il rischio di andare
perso, solo perché non è entrato nelle mode più
recenti, nelle antologie scolastiche, nei repertori da museo. Da
questa sorta di felice riesumazione Ennio Flaiano (che sotto questo
aspetto ne sarebbe lieto) pare assente, ma non si sa se ciò
sia un bene o un male. È un bene, perché vuol dire che
per il lettori Flaiano è sempre stato in qualche modo vicino,
soprattutto grazie alla Bompiani che ha continuato a credere in lui.
Ed è, in un certo senso, un male, perché rischia di
continuare a far passare una “vulgata flaianea” che forse
si nutre di una certa superficialità di lettura, senza che se
ne possa impostare un adeguato ripensamento critico. Non è
certo questa la sede né, per dimensioni, il contenitore per
farlo, ma quanto qui verrà detto cercherà di astrarre
il più possibile da quel cammeo ormai consegnato ai posteri
che è la figura di Flaiano, tentando di delinearne pregi e
difetti e di spostarlo in qualche modo dal comodissimo e inutile
scaffale cui è stato consegnato. Scaffale nel quale, a sua
volta, forse lo stesso Flaiano aveva percezione di essersi confinato,
e che è forse l’ora di rimuovere, perché qualcuno
ci dica se davvero si è trattato di un autore importante o di
un fenomeno di costume. Intelligente, caustico quanto si vuole, ma
fenomeno di costume. Si vuole cioè dire che è anche
l’estrema spendibilità di Flaiano, il suo essere, anche
per sua scelta precisa, autore che viveva della battuta, ora
felicissima ora più scontata, o magari, per effetto di
schiacciamento sul nome più noto del regista, lo sceneggiatore
di Fellini” non aiutano a valutarlo in quanto scrittore in
quanto tale. Accade così che Flaiano resti un’idea di
scrittore, quello che aveva le battute così folgoranti, che
faceva un po’ di tutto, che ci ha descritto via Veneto, e via
dicendo. Oppure che lo si confini, per comodità mentale, per
refrattarietà a discutere confini e contorni di un autore, a
una precisa temperie storica, a quell’Italia uscita malconcia
dalla guerra e già pronta a mamelianamente a ridestarsi, come
sempre, che lui seppe fustigare con humour sulfureo, senza pensare
che certi suoi spunti, e forse il suo intero atteggiamento
filosofico, godono di grandissima modernità, ci sono in
qualche maniera contemporanei. In un modo o nell’altro, non si
rende un bel servizio a Flaiano, per quanto, come accennato, sia
stata la sua stessa costruzione del personaggio Ennio Flaiano -lo
scrittore disincantato, il moralista feroce ma calato nella mischia
che stigmatizza- a invogliare la già canonica pigrizia di
critica e pubblico.
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