Il DNA di San Giovanni: note su apocalittismo americano,
mainstream, fantascienza e politica
Il nostro immaginario, diciamolo senza remore, è
decisamente colonizzato dal rock, dalla coca-cola, da Hollywood. Più
di quanto vorremmo, meno di quanto ci piacerebbe ammettere.
Anti-americanisti di vaglia citano a memoria passi di film di
Houston, di Wilder, che costituiscono in fondo uno dei veicoli più
potenti di un certo modo americano di intendere l’esistenza e i
rapporti tra gli uomini. Menti brillanti e libere si accostano
all’America con disincanto, ma non possono non finire
influenzate da quell’immenso laboratorio umano che furono e
sono gli States. Eppure, nonostante la nostra “colonizzazione”,
nonostante tutto ciò che sappiamo degli Stati Uniti, possiamo
dire tranquillamente di non capirli: sono sempre un passo più
in là delle nostre più illuminate analisi. In Special
Providence, un saggio di prossima uscita
presso Garzanti, lo storico della politica Walter Russell Mead
sottolinea come la prassi politica americana, in Europa e negli Stati
Uniti stessi, sia sovente stata vista come frutto di improvvisazione,
di slancio cieco e in genere fortunato, nella sostanziale incapacità
di cogliere le sfumature del dibattito politico così care a
noi europei, e nel rifiuto di ogni atteggiamento di mediazione tra
interesse nazionale e interesse altrui. Prove alla mano, Mead confuta
tutto ciò e mostra come gli statisti americani abbiano invece
saputo essere più serpenti di quei serpenti europei che i
Padri Fondatori così tanto disprezzavano, tracciando le linee
informatrici della Costituzione. Accade così che anche oggi,
dalla nostra sponda dell’Atlantico, spesso ci si richiuda nel
riposante luogo comune dell’americano che ragiona a colpi di
accetta e pistola, finendo per smarrire il senso di raffinate
iniziative politiche che non a caso, in meno di duecento anni, hanno
portato l’America a essere quello che è.
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