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Traditional man
Copertina CD Traditional Man Va bene, finalmente il disco è uscito... finalmente, per una serie di ritardi indipendenti dalla mia volontà, e perché trent'anni per il debutto da solista mi sembrano un tempo abbastanza congruo.
Qui vorrei dare il benvenuto a tutti coloro che si accosteranno a queste canzoni.. grazie, che le conosciate o le ascoltiate per la prima volta. Ormai non sono più mie, gireranno da sole, mi apparteranno sempre meno, qualcuno se ne impadronirà di piccoli pezzetti o le farà sue per intero, non conta, perché nel momento in cui saranno ascoltabili diverranno, com'è giusto, di tutti.

Avrei molto da dire e da raccontare, ma in questo momento mi vengono solo sprazzi di riflessioni, che inserirò così come arrivano...

Ho scritto la mia prima canzone nel 1978, si chiamava “My Song”. Una tautologia. Da allora ne sono seguite veramente tante, un numero impressionante che qui non scriverò per non dare un quadro allarmante della mia salute mentale. Basta dire che per anni invece di tenere diari scrivevo canzoni.
Ne ho scritte tante e ho sempre avuto un rapporto ambivalente, con loro: mi piaceva che le suonassero gli amici, coi miei gruppi ne ho sempre eseguito poche, bisognava quasi pregarmi. Mah, gli alti e bassi dell'autostima...
Da un paio d'anni ho iniziato a credere in loro – e in me... non mi lamento, c'è chi non lo fa per una vita intera.
Questo album è la dimostrazione vivente che si arriva a ciò in cui si crede con forza.

Vorrei riuscire a descrivere cos'è stato questo disco: sentire per telefono Uncle Lou Angelini, nume del Club de Musique, lo scorso luglio, e ricevere la proposta di un disco; pensarlo, discutere le canzoni, gli arrangiamenti col mio produttore e grande pard di sempre Paolo Bonfanti;
registrarlo, a Rossiglione con Giorgio Ravera, e poi andare a mangiare pasta al pesto pieni di note e di suoni in testa; reclutare vecchi grandi amici, conoscerne di nuovi, e con loro vedere pian piano prendere forma un progetto che non sapevo ancora che forma potesse prendere; aspettare, suonare, cantare, aspettare...
Vorrei riuscire a descrivere tutto questo e lo farò, nel sito o altrove, ma piano piano, sono emozioni forti...

Invece non vorrei dire più di tanto, sulle canzoni: ognuno gli darà il colore e il profumo che vuole.
Posso solo esprimere minime impressioni: in generale, se penso a questo album come a un romanzo, mi sembra scritto al contrario, o lo vedo come uno di quei film che incominciano dalla fine e sono poi un lungo flashback.

La prima canzone, infatti, “Dust from the Page” è l'ultima composta ed è un'apertura alla vita, all'accettarsi e all'accettare: dirò solo che non potevo sapere, lo scorso settembre, quanto sarebbe stata veritiera, ben più delle parole che prefigurano un arrivo, nella mia vita.
Questa è la canzone per Giulia, e scrivendola non lo sapevo ancora .
L'ultima, “Letters”, ripercorre tappe che andavano ripercorse, mentre le altre sono frammenti di me che, però, invito a non prendere troppo alla lettera: la discutibile arte dell'interpretare una vita attraverso le canzoni è, per l'appunto, discutibile, e scrivendo si mescolano spesso le carte. “Desert Ballads” è una canzone di cowboy urbani: a me capita spesso di vedere il western, per le strade della mia città. Si chiama dissociazione e non è grave, pare sia curabile ma non intendo curarla.
“Night Trains Don't Bring You Nowhere” è l'Inno Nazionale degli Incontri Sbagliati, come Raincoats lo è delle Storie Già Finite Prima dell'Inizio.
Sempre in tema di inni, “Little Jimmy Again” è l'Inno Mondiale dei Figli di Divorziati: tra tutte le canzoni è quella che voglio resti meno mia e spero possa essere condivisa da chi sa di cosa parlo.
Io non amo letteratura e musica “con messaggi”, ma se qua dentro c'è un messaggio è “Traditional Man” a veicolarlo: costruirsi la propria vita e le proprie tradizioni, senza stare a sentire il vento o la televisione o le tante bugie che ti raccontano, è come ho vissuto e come vivrò.
“Provo, Utah” è un altro sogno di America: buffo, che io non ci sia ancora stato. Ma sono giovane, molto più giovane di quando lo ero davvero, e rimedierò.
“An Angel When She Sings” tecnicamente disegna una figura, una cameriera bella ma scontrosa, che diventa un angelo solo quando canta. Come tutte le canzoni con personaggi, è probabilmente una tra le mie più autobiografiche.
“In Time to Come” è l'unica il cui testo risalga a più di un anno e mezzo: è del 1992, e non parla di nessuno. Si possono scrivere canzoni d'amore così, in contumacia.
“Three Vipers in the Heart” descrive bene alcuni risvegli, alcuni giorni un po' così.
“I Wrote AM on Every Wall” racconta di un bambino che scriveva con i pastelli le sue iniziali su ogni muro e di un adulto che lo guarda sorridendo. Le iniziali sono intercambiabili e ognuno se la può cantare con le sue.

Non c'è altro, preferisco far parlare la musica, a questo punto

grazie a tutti
Andrea
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